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Me and Steve

Simone Lunardi, ragazzi. Mica pizza e fichi. Ah, si, e Mr. Steve Mc Curry.

Ebbene si, non è un fotomontaggio, ho davvero incontrato e passato due giorni assieme a Steve Mc Curry. E’ vero! Evento più unico che raro, è stato invitato per un campus fotografico in cui figuravo tra gli organizzatori (o meglio, galoppini): qui, in Sardegna, a Platamona. E ci è venuto!

Do per scontato che qualsiasi fotografo lo conosca. Per gli altri, lui è l’autore dell’immagine della “ragazza afgana”, che fu copertina di National Geographic nel giugno dell’85, se non ricordo male. E’ una delle fotografie più conosciute, viste, riconosciute, apprezzate, diffuse nel mondo, e non a caso. Citare quella foto è facile, per far capire di chi stiamo parlando: ma non tutti possono conoscere l’enormità del lavoro di Mc Curry. Se quell’immagine è la punta dell’iceberg, beh, è una punta maledettamente grossa, e il resto è praticamente storia della fotografia.

La sua carriera è stata lanciata quando, travestito con abiti tradizionali, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa. Quando tornò indietro, portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti. Quelle immagini, che sono state pubblicate in tutto il mondo, sono state tra le prime a mostrare il conflitto al mondo intero. Il suo servizio ha vinto la Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato a fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese. (wikipedia)

Maestro nei ritratti e superbo narratore (per immagini, ovviamente) della condizione umana, le sue immagini cariche di colore, sapientemente composte, creano immediata empatia nell’osservatore, senso di partecipazione e consapevolezza, accresciute da sguardi spesso diretti in camera, a cercare un contatto. E spesso sono sguardi sgomenti, o inquieti/inquietanti, o ancora sereni e trasparenti, o imperscrutabili; cercati e scelti nelle regioni più remote, povere e sconvolte dalla guerra, ci raccontano di posti, di condizioni e di vite a noi sconosciute, segrete, e ci spingono a riflettere, ci fanno trattenere il fiato, sorridere a volte, e meravigliare, di solito.

McCurry si concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”. (wikipedia)

Ho avuto spesso modo di vedere le sue fotografie, e rimanerne incantato, cercando di capirne o carpirne i segreti. Ma è solo lui, è il suo modo di vedere le cose: puoi imitarlo, certo, tanto oggi si imita di tutto… ma quel che è di Mc Curry è solo suo. Alla proiezione che ha aperto il campus il nostro caro Steve ha lasciato tutti a bocca aperta, con le sue foto: tensione, meraviglia, curiosità, stupore, incanto. La classe non è acqua e il nostro eroe ha argomenti molto convincenti: risultato, un’ovazione.

E come spesso accade coi grandi personaggi (ma quelli grandi davvero), essi si rivelano persone perfettamente umane. Una persona assolutamente comune, un signore di una certa età dall’apparenza tranquilla ma dallo sguardo un po’ freddo, che si illumina di rado; modi garbati, nessuna aria da prima donna, nessuna distanza con la gente intorno, disponibile ma anche riservato. Non me lo potevo aspettare diversamente, lui, newyorkese (di adozione) che ha visto così tante brutture nel mondo e ha rischiato la vita a lot of fuckin’ times!

In America si dice bigger than life: qualcuno, o qualcosa, di troppo grande per essere compreso in pieno. Non voglio fare del divismo, ma a sentirlo raccontare, per alcune ore, di una piccola parte degli aneddoti che ha raccolto in una vita come la sua, non vengono altre definizioni. Andare in guerra con i ribelli afgani? Sguazzare per giorni nell’acqua fino al collo durante un alluvione? Rischiare la vita a migliaia di chilometri da casa? Vedere le Twin Towers crollare dalla sua terrazza e girare per Ground Zero? O anche tornare a cercare Sharbat Gula, la ragazza afgana, 17 anni dopo, per regalarle quella foto, ormai famosissima, e renderla ricca. Si può vivere più di una vita.

Non faccio divismo. Però a volte ci è data la possibilità di incontrare personaggi straordinari, ed è giusto tributargli dell’ammirazione. Steve Mc Curry è un grande personaggio, reso famoso dalla qualità delle sue fotografie, reportage della vita che hanno informato e anche commosso milioni di persone; sono onorato di averlo potuto incontrare, e prima ancora che a Carlo Porcu e Imago, di Sassari, devo tutto questo a mio padre.

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